“Internazionali a Zarzis: i presupposti del collettivizzare” di Monica Scafati

9 agosto 2019

È necessario un resoconto sulle giornate a Zarzis, un atto dovuto verso chi ha sostenuto il gruppo informale EuropeZarzisAfrique e ha donato denaro al Comitato ZEA per finanziare l’avvio dell’attività “economica”.

Intanto, mi preme specificare una cosa “basica” che ho sbagliato a dare fino ad ora per scontata, visto che è stata una tra le prime su cui sono stati insinuati sospetti infamanti!
Il denaro raccolto attraverso il sito, buonacausa.org, facebook e bonifici direttamente sul conto, conto che per ciascun metodo di pagamento scelto è sempre quello del comitato, non hanno pagato viaggi, né alberghi, né ristoranti o ombrelloni. E nemmeno la bicicletta, le “spese alimentari” portate ai campi, o le bibite dei migranti sub sahariani che hanno partecipato agli incontri, i loro louage, o altro.
A tutto questo ognuno ha provveduto con le proprie risorse, per l’interezza del proprio necessario, e in parti di misura variabile per i contributi solidali, a seconda delle disponibilità.
Inoltre, specifico che non otterrò premi o rimborsi e non venderò articoli o fotografie.
Sono per altro colpita dal fatto di dover dimostrare dopo vent’anni di attivismo di non avere fini di lucro, carriere “militanti”, stipendi “umanitari”, rimborsi “intellettuali”, bonifici “redazionali”; dover dimostrare di essere una lavoratrice.
I soldi raccolti non sono stati toccati, e per i più scettici farà fede la lista dei movimenti con le sue “zero” uscite.

Comunque, al di là del mio non possedere assegni di ricerca, contratti da giornalista o operatrice sociale, ruoli retribuiti all’interno di associazioni, organizzazioni e affini, non è che disprezzi a priori chi invece per lavorare sulle migrazioni guadagna anche qualcosa. Non per tutti “mestiere” equivale soltanto a “stipendio”, come è vero che io che per mestiere insegno, in cambio della busta paga mi faccio spesso carico di responsabilità che vanno ben oltre gli obblighi contrattuali. L’integrità delle persone è cosa seria, come la corruttibilità e la disonestà sono cose squallide e diffuse, in molti settori, non escluso il “militantismo” e il no profit.

Detto questo, comunico subito che la barca non è stata acquistata, e non tanto per l’opposizione dalle ragioni perlopiù irragionevoli posta in essere da alcuni presenti, ma per il fatto che in considerazione della ripresa delle partenze clandestine dalla Tunisia, ivi compresi i luoghi interessati dal nostro progetto, le autorità competenti sono più che restie a concedere, a novelli pescatori, le autorizzazioni necessarie per essere in mare. Men che meno, come ci ha fatto intendere il sindaco, le concederebbero ad una barca sui cui andrebbero a lavorare ragazzi che “non aspettano altro che un mezzo per salpare alla volta dell’Europa”. Sembrerebbe poi che con una sola barca, in considerazione di quante nasse può portare, non si riesca proprio a rientrare delle spese e a generare profitto.

Probabilmente converrà tornare sul progetto della raccolta della plastica, e puntare all’acquisto di un furgoncino. Anche su questo, numerose sono state le critiche, i ma e i però, le perplessità circa l’utilità vera di un acquisto siffatto, al posto del quale sarebbe meglio, secondo alcuni, comprare macchine che schiacciano o tritano, costruire centri di riciclaggio in loco, o che so io! E invece serve proprio un furgoncino, perché le zone di raccolta vanno pur raggiunte, e i sacchi vanno pur trasportati, fosse anche e solo dal luogo in cui si riempiono al garage di Farouk, e magari non a spalla su strade assolate, ad una temperatura di 46°! Continueremo a ragionarci, ad acquisire informazioni, e a definire il quadro, sperando di non dovere nel frattempo schivare vezzi di contestazione, ma piuttosto rilevare osservazioni utili e congrue, e nella migliore delle ipotesi, perfino “collaborativamente” espresse.

Va anche detto che a fronte delle istanze ricevute dai migranti, abbiamo avuto idee nuove, come quella di una scuola di francese per tutti i e le migranti anglofone che in Tunisia, dove fuori dalle zone turistiche l’inglese è quasi sconosciuto, si trovano dal punto di vista dell’integrazione, sociale prima ed economica poi, a sobbarcare una pesante condizione di incomunicabilità. Un’altra sollecitazione sarebbe quella di affittare uno spazio “ritrovo” in cui stare insieme e svolgere attività. Un posto di cui qualcuno abbia cura, un posto “bello”, che faccia da contrappeso o contraltare all’incuria che si respira in tutti i centri. Si è accennato anche ad uno sportello per raccogliere istanze, anche se su questo sono io ad essere scettica, perché credo sia piuttosto inutile e autoreferenziale essere all’ascolto e non poter dar seguito a nessuna azione di “riscatto”. E noi non possiamo, a meno che non si manifestino degli avvocati. Se poi si manifestassero, non so quanto diritto o potere di “denuncia” possa avere una persona che soggiorna illegalmente sul territorio di uno stato, quante possibilità di ottenere il pagamento di giornate di lavoro non saldate, se lavorate in nero. Si possono forse screditare i truffatori e fare in modo che non ingannino altri/e, ma forse non di più. Si possono invece creare aspettative e disillusioni amare, e io eviterei.

Insomma di pari passo all’evolvere e al degenerare della situazione libica, si esaspera la Tunisia, sempre più presa nella morsa di questioni politiche ed economiche, sociali e umanitarie. Muore il Presidente della Repubblica, incalzano i rincari, cresce lo scontento e all’orizzonte, dalla frontiera, i reduci di mostruosità inaudite sono in arrivo ed hanno fame e sete.

L’Unhcr, come mi diceva Federica Sossi al bar “è uno stato nello stato”, una retta parallela che si affianca non si incrocia. Produce card con foto tessera e generalità ai cosiddetti “rifugiati riconosciuti”, chi la possiede ha diritto al kit di igiene e trenta dinari tunisini a settimana in formato “buono spesa”, spendibile soltanto presso i grandi esercizi multinazionali convenzionati, come ad esempio il Monoprix, nota catena di supermercati. In realtà sulla distribuzione dei ticket in ogni centro si denunciano omissioni e problemi. Le inadempienze sono frequentissime e anzi quasi la regola, così di fatto, può capitare che entrando in un centro al quarto giorno di ritardo, la prima cosa che ti senti dire è: “Qui la gente ha fame”.

Poi ti guardi intorno e vedi persone malate: tubercolosi, scabbia e denutrizione, con annesse anemia e cataratte. Pressione bassa e tachicardia, colpi di arma bianca o da fuoco mai completamente guariti, deprivazione del sonno a causa degli incubi. Toilette e dormitori sporchi, materassi lerci e mosche, tantissime mosche. Pustole e piaghe, ferite in infezione. L’assistenza sanitaria è un miraggio, il massimo in cui sperare è una confezione di pillole, senza visite specialistiche o analisi del sangue.

Si respira abbandono, urtica il naso misto alla sabbia soffiata forte dal vento torrido; desolazione.

Una vera “assistenza” non esiste, sotto nessun profilo, nessun diritto alla salute, all’istruzione, alla formazione, al lavoro. Nessun diritto ad alcuna forma di affettività. Nessun diritto ad arrivare in Europa legalmente, rifugiato o no. L’illusione di essere tra i pochissimi e fortunatissimi beneficiari dei ricollocamenti in area UE, è forse tutto ciò per cui le persone migranti non lasciano i centri, e non interrompono il loro rapporto, di dipendenza e attesa, con l’Unhcr.

Non importa quanto dramma si condensi nel vissuto di queste persone, neanche se sono minori, neanche se sono bambini.

In uno dei centri di Medenine, quello cosiddetto “per famiglie”, anche se poi le famiglie vengono separate, ho incontrato un ragazzo che da una cannella dell’acqua proprio accanto all’ingresso faceva uno shampoo. Mi dice che è venuto a trovare sua moglie, e che lui vive altrove. Mi racconta che sono stati in Libia a lungo, più di due anni, prigionieri, e che sono poi scappati raggiungendo la Tunisia via terra, ma non dal check point, perché non avevano documenti validi per il transito.

Mentre parliamo un bimbo cade e inizia a piangere. Non è successo niente, una piccola “bua” sul ginocchio, ma a cinque anni forse è doveroso e giusto che qualcuno intervenga e consoli. Gli operatori OIM, stagisti diciannovenni almeno all’apparenza completamente ignari di quali grandissime responsabilità abbiano in capo, vedendoci accorrere hanno subito tenuto a dirci che non ce n’era bisogno, che questo bambino è una peste, che non ascolta e non obbedisce, e che in un modo o nell’altro, non fa che casino, ed è meglio lasciarlo stare. L’indifferenza è la norma!
Alla fine per farlo smettere di piangere è bastata la promessa di un gelato, che per fortuna si è trovato senza dover percorrere kilometri. Questo centro non è a “distanza di sicurezza” dal centro abitato, e qualche negozietto lo si trova nei primi paraggi.

Mentre Farouk si occupava del bambino, del suo gelato, della sua voglia di coccole e attenzioni, io ho ripreso a parlare con il ragazzo. Mi è venuto spontaneo chiedere se lui e sua moglie avessero figli, ma dallo sguardo prima sollevato al cielo e poi rapidamente schiantato in terra, capisco che non è stata una buona domanda. “Mio figlio” dice, e poi tace, e poi riprende: “lui è morto”. Gli dico che mi dispiace molto e mi scuso di avergli posto una domanda dolorosa. Lui accenna qualcosa di simile a un “non preoccuparti” e io gli chiedo quanti anni aveva. Mantenendo lo sguardo a terra mi dice che aveva quattro mesi, e io gli chiedo quale malattia lo ha colpito, perché pur sapendo dove mi trovo e con chi parlo, lo schema della “mia” “normalità” ha preso il sopravvento, e lì per lì non ho potuto immaginare altri perché per la morte di un neonato. Mi dice che non è stata una malattia. Ho chiesto allora cosa gli fosse capitato, senza sapere di non essere in grado di ascoltare e accettare la risposta.

Mi dice che erano tutti e tre nella prigione di Tajoura, quella a est di Tripoli, quella bombardata da Haftar lo scorso 3 luglio, dove sono rimaste uccise -solo in quella occasione- almeno quaranta persone, e oltre cento sono state ferite.
Dopo il bombardamento, nella concitazione della fuga, nel panico, nel delirio di urla e sangue, il bambino è caduto ed è stato travolto dalla calca in corsa verso l’uscita. È morto, rimasto ucciso.
Io a quel punto resto sconcertata, riesco a dire soltanto “mi dispiace”, e taccio.

Lui invece, non so se per pietà di me, di se stesso, di sua moglie o dell’intero genere umano, raccoglie il mio sguardo dal pavimento da cui ci separano due mattoni usati a mo’ di gradino per stare seduti e dice: “Non è morto soltanto lui, ho visto tante altre persone morire, amici, fratelli…”.

I centri per migranti sono un ricettacolo di dolore e sopraffazione, di “normalizzazione” della deprivazione e dell’esclusione. Un posto dove si esprime la sofferenza legata a tutto questo soltanto in occasione della sporadica comparsa di persone “esterne”. Tra di loro i migranti non parlano di quel che hanno subìto e vissuto, non fanno tavoli d’ascolto, non si piangono addosso. Parlano di Europa, di barche, di prezzi, di contatti. Alcuni parlano di fratelli, cugini, lontani parenti in Germania, Canada o Australia. Ognuno progetta come può il suo “sogno americano”, a stomaco pieno o vuoto, non importa.

Quelli che sanno per certo che nessuno potrà inviargli soldi per proseguire il viaggio alla fine lasciano i centri, raggiungono le città, si mettono sulle rotonde dove i lavoranti aspettano di essere “presi” a giornata. Piano piano ce la fanno, affittano modestissimi appartamenti in quattro o cinque, mangiano e bevono regolarmente, e non dividono più due bagni con altre 190 persone. Certo bisogna essere abbastanza grandi, francofoni, in buona salute, e avere un mestiere.

Uno dei migranti sub sahariani intervenuti agli incontri ha preso parola dicendo che non hanno bisogno dei centri e dell’elemosina umanitaria, ma di poter lavorare e guadagnare onestamente, e così facendo, riprendere possesso del proprio quotidiano e del futuro.

Certo non è stato il solo ad intervenire, e questo che ho riportato non è il pensiero monolitico dell’intera categoria delle persone “migranti in fuga dalla Libia”, alcuni hanno detto altre cose, e gli uni e gli altri ne hanno fatta una che è di base, di default anche da parte dei tunisini: tentare di conquistare la mano di una donna europea. Questa è l’unica via davvero efficace, riconosciuta anche a norma di legge, una strada comunque lunga e tortuosa, ma dalla quale l’arrivo è garantito.

Non sono andata a chiedere, ma sono certa che ognuna delle donne presenti ha ricevuto più o meno espliciti tentativi d’approccio in questo senso, come sono più o meno convinta che la partecipazione agli incontri non sia dipesa soltanto dalla volontà di partecipare alla costruzione di processi di opposizione alle politiche migratorie delle potenze economiche, ma per alcuni anche dal “diktat” di non dover sprecare mai l’occasione di “agganciare” una europea; molti dei tunisini che vanno a lavorare negli alberghi delle zone turistiche lo fanno per questo, non perché guadagnano di più o si stancano meno rispetto al fare “altro” altrove.

Un altro dei migranti con cui ho parlato, che aveva preso in Libia una coltellata al fianco destro e che a causa di questa non riusciva proprio a fare il muratore o il contadino, una sera ha cominciato a raccontare del suo assoluto bisogno di andare in Europa perché suo padre era stato ucciso nel conflitto maliano, e sua madre era rimasta sola con i suoi fratelli piccoli. Lui ha 24 anni ed è il maggiore, investito dalle responsabilità del “padre di famiglia”. Mi raccontava che in Libia è stato per cinque anni, che è stato arrestato/sequestrato quattro volte, sempre per un tempo di cinque o sei mesi, ma che al di là di quei periodi, è sempre riuscito a lavorare e inviare soldi a casa. Ora invece non riesce più a lavorare e inviare denaro, nel centro di Medenine non riesce più neanche a “campare”. Dalla Libia ha provato cinque volte ad imbarcarsi e partire, ma lo hanno sempre intercettato e fatto tornare. Ha speso tutti i suoi soldi e non ha più nulla, è disperato. “Non riesco a lavorare per comprare di nuovo una partenza” mi dice, “ed è per questo che mi devi assolutamente aiutare ad andare in Europa” conclude.

Addolorata e frustrata dal mio ascolto sterile, gli dico che comprendo tutto, ma che davvero non so come portarlo in Europa, che non ho modo di portarlo in Europa, che non ho il potere di portarlo in Europa, che non saprei come fare! Poi è certamente vero che come si fa lo so e l’ho già fatto, ma un matrimonio non è come una manifestazione di protesta che finisce in qualche ora, e più ne fai e più attivista sei! Un matrimonio ti impegna per anni, ne fai uno per volta, inficia i diritti ereditari dei tuoi figli, è una guerra tra consolati, ambasciate e uffici locali dell’anagrafe. Un numero indefinito di costosissime marche da bollo, biglietti aerei, traduzioni legalizzate. E se davvero di matrimonio si dovesse trattare, ad un ciadiano in Tunisia senza più neanche la carta d’identità, che convolasse a nozze con una europea, consiglierei davvero di tornare in Ciad con OIM e fare tutto da lì, risparmiando certamente qualche centinaio di euro e mesi e mesi di pratiche, di telefonate e deleghe ai parenti per certificati di nascita e stati di famiglia, residenza, passaporto, e così via.

Gli dico che non sono io a poterlo sollevare in uno schiocco di dita dagli esiti delle politiche migratorie europee, anche se la verità sarebbe che non posso essere io a farlo per tutti, ma mi sembrava tristemente egocentrica e l’ho taciuta, così, dopo un breve silenzio lui mi guarda e dice: “Il modo c’è, basta una ragazza che mi sposa”.

Mi torna in mente il 2004, il matrimonio con un “clandestino tunisino” a Perugia, il permesso di soggiorno, il suo primo ritorno a casa dopo dieci anni, la commozione di conoscere i nipoti, di vedere i genitori abitare nella casa che con i suoi soldi hanno comprato, in un quartiere pulito e bello, finalmente via da Zaahrouni. Un familiare in Europa può cambiare la vita, e non soltanto se spaccia. Se in Tunisia mandi 150 € al mese, la famiglia ha uno stipendio in più!
Gli dico che sono sposata e non posso sposarlo, che è sposata anche Sara che è seduta di fronte a me, anche se non è vero!

A volte, anni addietro, all’interno di alcune realtà femministe ho proposto questa cosa dei matrimoni. Certo eravamo “ragazze”, senza figli né proprietà, e la formula della separazione dei beni bastava a garantirsi “l’incolumità”. Eppure, ancora qualche giorno fa, parlando in aeroporto con Yasmine in attesa del volo per Roma, non ho potuto evitare di dire che in fondo in fondo, con 190 donne “attiviste”, il centro di Medenine lo svuoteremmo, alla faccia di UNHCR, OIM, Croce Rossa, governi, stati o chicchessia.

Questo poi mi riporta a pensare che un conto è combattere le politiche e costruire un mondo migliore, e un conto è essere concretamente solidali con le persone; mi riporta a pensare all’intersezionalità delle lotte, delle modalità, dei processi. A pensare che sul centro per minori ai confini di Zarzis sulla via per Ben Garden è giusto sia fare una denuncia sulle criticità di ordine sanitario, che cercare di costruire un rapporto positivo con quel piccolo mostro speculatore che ne è per subappalto un po’ il gestore e un po’ e il carceriere, che regalare una bicicletta. Per andare al mercato ma anche solo per “giocare”. Magari qualcuno diventa campione di impennate, spopola su Youtube, e “si cambia” la vita, qualcun altro forse si fa un giretto e trascorre mezz’ora.

Bisogna agire su più piani, e dunque anche, come attivisti, strutturarsi su più aspetti, integrare punti di vista e conoscenze, studiare, ascoltare. Bisogna saper districare e saper intessere, includere, accettare i dati oggettivi e la varietà dei casi: com-prendere.

Rendersi conto che farsi garanti della notizia che 36 ivoriani deportati al confine con la Libia stanno bene, senza averli personalmente risentiti, perché lo ha detto l’ambasciatore, è un farsi usare per il fine opposto a quello che si persegue: spegnere i riflettori. Rendersi conto che è ingenuo porsi nella posizione di chi crede che le strategie diplomatiche applicate in campo geopolitico non arrivino a poter contemplare di sacrificare 36 “diseredati della terra”, per risolvere un imbarazzo di stato. La fretta di gridare sui social l’aver “salvato”, ha quasi vanificato il precedente ben fatto! E dispiace, dispiace perché è evidente che sono errori fatti in buona fede, da chi crede di far bene e che forse si risentirebbe di sentirsi dire che ha fatto male.

Anche io, a Zarzis, mi sono risentita di tutte le critiche e gli attacchi ricevuti, con la differenza che in fin dei conti, a mio vantaggio, è emerso il fatto che quelle critiche non erano rivolte al nostro fare, perché di quello, coloro che criticavano, nulla conoscevano. Non avevano letto i documenti, i testi, gli approfondimenti, gli aggiornamenti. Non ci hanno scritto mail né messaggi, non hanno in nulla partecipato a nessuno sviluppo. Hanno posto domande che abbiamo posto a noi stessi per settimane, e a cui abbiamo risposto da mesi. Non hanno voluto dare tempo alle risposte, perché superati i tre minuti si rubava verticalmente quello altrui. Non hanno ascoltato gli interventi concilianti e riparatori, perché mentre venivano pronunciati, in silenzio e con lo sguardo assente preparavano le arringhe per il turno loro.

A Zarzis, dei movimenti, è emersa come “caratterizzante” la modalità “contestataria”, dimostrando che abbiamo tutti la grinta necessaria a combattere per distruggere, ma non altrettanto l’abilità pacifica e poliedrica del costruire. Questi progetti di “attività economica” di cui ben si spiega la genesi e la natura in altri testi, sono stati visti, forse, come “l’affare” di tre o quattro amichetti pronti ad inventarsi un lavoro sulle spalle e con la faccia degli scampati alle tragedie libiche.

Perfino su Farouk, padre di un disperso sulle rotte migratorie, un ragazzo partito nel 2011 a bordo di una barchetta speronata dalla marina militare, unica persona, dentro un processo di progressiva auto-esclusione, ad esserci rimasta a fianco dopo aver compreso che “non avevamo una lira” (a differenza dei numerosissimi europei che arrivano con progetti ben finanziati e lautamente retribuiti) e che avremmo davvero dovuto costruire tutto dal basso, ebbene, perfino su Farouk è stato insinuato il dubbio!

Si perché al netto degli idealismi, è vero che il più delle volte, le “collaborazioni con i locali” misticheggiate dalle narrazioni sulle “reti” internazionali, sono pagate, formalmente o no, rimborsate o boh, per eventi o che so. Interviste, inviti a manifestazioni all’estero, pranzi e cene per il “cicerone” di turno, affitto di case o appartamenti per quelle due settimane “sul territorio”. Su tutto si muovono soldi, cifre che tradotte dai tassi di cambio diventano spesso dei veri piccoli “capitali”. I tassisti chiedono cifre inaudite e fanno giri di decine di minuti per portarti a un paio di chilometri. Volano banconote da venti dinari come fosse pioggia, tanto sono solo 6€.

Tutto è deformato, la percezione reciproca è in preda a vere e proprie allucinazioni. Un ragazzo sub-sahariano durante il primo degli incontri è intervenuto dicendo che vuole andare in Europa perché in Tunisia guadagna 200€ al mese e in Europa ne guadagnerebbe 1200€. Ovviamente, giacché come da prontuario del “bon ton” assembleare gli interventi non si interrompono, e quelli che seguono son prenotati e hanno già in mente altro, la discussione procede senza che nessuno dica che però in Europa, quattro pomodori in inverno costano 3,50€, e ti costa 15 dinari anche un’insalata, la stessa che in Tunisia, nei migliori ristoranti delle zone turistiche che sono sempre particolarmente cari e servono porzioni giganti, costa tra i cinque e i sei dinari ed è servita come una collina di 15cm che si erge dal bordo di un piatto piano grandezza pizza!

Un altro ragazzo, sempre sub-sahariano arrivato dalla Libia, dice invece che la Tunisia è il miglior paese del nord Africa, il più accogliente, dove ciascuno può avere un tetto. Non so se fosse sincero; era presente il vice sindaco che ha insistito molto su quanto a Zarzis si stesse bene, e quanto i migranti fossero benvenuti. La Tunisia è in campagna elettorale, costantemente sotto esame da parte della società civile europea che quando dice che “non è un porto sicuro” lo fa con un certo tono di “disprezzo”, attenzionando le brutalità della polizia ma non le ragioni politiche della scelta di non prendere in carico i “rifugiati”.

Ognuno proietta sugli altri i propri paradigmi e le proprie priorità, ognuno elegge il proprio immaginario ad immagine della realtà, indisponibile a tutto ciò che gli scompagina le carte in tavola, mostrando i limiti e gli errori di paradigmi inapplicabili, la loro perdita di coerenza al cambiamento di contesto, il loro non essere “globalizzabili”.

Globalizzare. Un tema spinoso. Certamente la posizione dei presenti è più no global che pro global, ma poi, in riferimento alle “lotte”, vorremmo reti internazionali e mondiali, e nel cercare di strutturarle, senza neanche esserne coscienti, in molti si ritrovano ad appiattire e omologare, ad “esportare” archetipi e schemi, ad irrigidirsi davanti a “forme” nuove e modalità aperte. A deprecare lo spontaneismo come “falla d’organizzazione”, a trasecolare di fronte all’evidenza che “i tunisini” non esprimono un pensiero unico e anzi possono essere spesso in disaccordo tra loro; come anche i sub-sahariani, che di fatto esprimendosi, si qualificano nella loro individualità differente. Uno vuole avere diritto alle cure in ospedale, uno i ticket puntuali, uno i documenti per lavorare, un altro un matrimonio per partire.

Certo tutti e tutte vogliamo la libertà di circolazione e l’abolizione del sistema dei visti. Questo è il punto di contatto, il collante di questa rappresentanza assortita di un movimento eterogeneo e multiforme. Ma è anche vero che mentre parlavo con il ragazzo che in fine ha chiaramente espresso che il suo piano era l’Europa e il nostro aiuto il matrimonio, ad un certo punto del discorso in cui io tiravo in ballo la mia impotenza di fronte al potere delle politiche, mi ha guardato con espressione serissima e contrariata, e interrompendomi ha detto: “Chi se ne frega delle politiche”. Una considerazione importante.

Voglio dire che in fondo, e provo a fare un esempio che forse per analogia è calzante e più diretto, è un po’ come se a una donna incinta che vuole abortire, noi offrissimo la nostra empatica, grintosa e commossa partecipazione alla battaglia politica per l’ottenimento di una legge sull’aborto, una battaglia che sarà forse decennale o ventennale, mentre lei, tra 7 mesi, con un neonato non voluto in braccio, la sua battaglia l’avrà già persa.

A volte ci sfugge il concetto dell’urgenza, il fatto che ai migranti sub-sahariani in fuga dalla Libia non si può chiedere lo “stand with us” su battaglie a lungo a termine. Loro cercano una soluzione per se stessi nell’immediato, e non sono neanche particolarmente contenti di essere per noi “mole di testimonianze” utile alla compilazione di dossier per adire alla Corte Europea che pronuncerà una sentenza non prima di qualche anno! O almeno, visto che poi per “cambiare il mondo” dobbiamo provare anche a “farlo dall’interno”, attraverso il linguaggio e gli strumenti che gli sono propri, e dunque denunciando, manifestando, esigendo il rispetto di convenzioni e costituzioni già sancite, o magari anche candidandosi alle elezioni, almeno, dicevo, nel frattempo dovremmo davvero non tralasciare di agire anche una solidarietà diretta verso i singoli, le vicende personali, le esigenze impellenti.

Una bicicletta, un telefono, un dottore, un posto di lavoro, un paio di ricariche per sentire “casa”. Si perché per altro al Monoprix le ricariche non le hanno, e non pervengono contanti con cui comprarle. È per questo che, come anche in Italia, si crea il mercato della compravendita dei ticket, in cui il “rifugiato” ne rivende uno da 30 (che siano euro o dinari) al prezzo di 25 ad un autoctono, così quello/a guadagna 5 in più di spesa, e lui un po’ di liquidi per un pasto fast food e 1 giga di connessione.

I nostri progetti di attività economica non erano certo speculazione, non lo erano e non lo sono. Non sono neanche straordinarie idee di “economie” super rispettose e sostenibili, a impatto zero, antispeciste, o che so io. In ogni progetto c’era gas o petrolio, in uno perfino la pesca, nonostante i complessi percorsi di analisi e critica dei sistemi “alimentari” che caratterizzano sia me che Federica. In quei progetti, i nostri “discorsi europei” erano stati sapientemente messi da parte.

In Tunisia i discorsi sugli allevamenti intensivi, lo sfruttamento del territorio, il ritorno all’autoproduzione, all’agricoltura e al riuso non sono da darsi per scontati. In Tunisia si vendono sigarette sfuse, il vuoto è a rendere, chi vende le uova ha lì la sua gallina, quasi niente è confezionato; coesistono accanto a distributori di benzina “come i nostri” garage pieni di taniche dalla Libia versate nei serbatoi con un treppiede artigianale con imbuto in cima, filtrata con un foulard. Chi ha il campo di fichi d’india li porta in strada col carretto, e per qualche centesimo te ne sbuccia fino a star male! In Tunisia nessun bambino disegna la mucca bianca e viola come quella milka, hanno tutti visto più e più volte dal vivo un agnello, i vegetariani si contano sulle dita di un paio di mani, come i ciliaci e gli atei.

In una prospettiva “globalizzata” di analisi spicciola delle dinamiche dello sviluppo, la Tunisia è quel paese di cui per molti aspetti si direbbe “come l’Italia di settanta anni fa”, e qualche “eurocentrico” si esprimerebbe in fretta tirando in ballo il tema del “ritardo”. Di fatto, ritardo o no, è vero che in Tunisia alcuni problemi tipici dei “paesi sviluppati” non erano ancora emersi fino a poco fa, e dunque tutti questi “temi del ritorno” (autoproduzioni, prodotti sfusi, abolizione della plastica, compostaggio dell’organico, distributori d’acqua) non hanno senso alcuno. Da quella dimensione la Tunisia non si è allontanata, e non ha il problema di dovervi tornare.

Anche il come sia sommersa dalla plastica dipende dall’arrivo di realtà industriali e commerciali “europeggianti” che hanno cominciato a confezionare tutto, come da noi, in un posto dove però di pari passo, come già accadeva in Europa, non hanno inserito anche il sistema della raccolta differenziata e del riciclo, e forse non a caso. Anzi, non è escluso che molte “imprese” abbiano delocalizzato in paesi come la Tunisia anche perché le regolamentazioni circa i vincoli di impatto ambientale erano ancora di larghissime maglie o forse perfino nient’affatto pervenute, e non solo per questioni di costo del lavoro.

E mi torna in mente la storia di quella comunità aborigena “scoperta” da esploratori occidentali a vivere nuda. Gli furono dati dei vestiti, ma non il sapone e “l’informazione” di doverli ogni tanto lavare. L’esito fu l’insorgenza a breve termine di banali malattie della pelle che però, sconosciute al sistema immunitario dei mal capitati, furono per molti fatali. Un po’ come la più nota “storiella” degli indiani e del raffreddore.

A livello accademico, l’antropologia ha chiarito alcune questioni essenziali già dal primo novecento, ma evidentemente, al di là del conoscere e raziocinare, a livello psichico, abdicare coscientemente ai propri schemi non è facile. È un lavoro duro, che ti impegna a processare intellettualmente gli eventi in tempo reale, e la più piccola differita è già errore! Io stessa, che nell’atto stesso di scriverne dimostro di essere cosciente di queste complesse dinamiche “internazionaliste”, quando ho sentito della morte di un bambino di quattro mesi ho chiesto di che malattia fosse morto. Sapevo che erano in Libia, so cosa accade in Libia, potevo ben immaginare che fosse stato in un modo o nell’altro ucciso, in Libia. Potevo perfino immaginare che quel bambino non fosse suo ma dello stupratore di sua moglie! Eppure, è stata questione di un attimo, l’emotività ha preso il sopravvento, il cervello in automatico ha attivato una connessione neuronale “sicura”, e la Monica europea, con i suoi schemi e paradigmi europei, apre la bocca e dice, innocente, una dolorosa stronzata!

Succedono cose di questo tipo in continuazione mentre si interagisce con persone d’altre storie e altri luoghi. Il mondo è davvero diverso nella sua varietà di latitudini. In Tunisia il complimento a una donna per occhi grandi e belli, è che “ha gli occhi di vacca”; in Italia sappiamo bene quanto infelice sia l’accostamento di una donna a una vacca.

Uno dei ragazzi sub-sahariani presenti agli incontri è musulmano osservante, per rigore non tocca le donne, e ha rifiutato tutte le mani che le numerose presenti gli hanno teso dicendo “piacere”. Parlava in inglese, ma non dava spiegazioni. Immaginate la scena?

Non è facile “collettivizzare”, eravamo un trionfo di diversità anche noi venti italiani, tra cui le incomprensioni sono state all’ordine del giorno o d’intervento, nonostante la stessa lingua e le stesse scuole, la stessa storia e la stessa “kultur”. E abbiamo incontrato tunisini e sub-sahariani, termini per “generalizzare” entro due grandi “contenitori” pluralità a loro volta intrise di differenze e contrapposizioni.

In Tunisia non esiste che il pranzo è tra le 12:00 e le 14:00, e la cena tra le 19:30 e le 21:30. Dalle 11:00 alle 16:00, in agosto, è la fascia oraria che si chiama “gheyla”, in cui si chiudono i negozi, si fermano i taxi, si torna dai campi, si sonnecchia o riposa. Non si prendono impegni e non si danno appuntamenti. Eppure è sembrato folle avere un programma degli incontri dalle 17:00 alle 23:00. Ed è stato di fatto impraticabile, perché nonostante fossimo all’ascolto di persone che testimoniavano giornate intere senza acqua né cibo, solo in pochissimi hanno saputo tollerare di posticipare di due ore la cena. Forse non hanno notato che il pienone nei ristoranti non è tra le 20:00 e le 21:00 ma tra le 23:00 e le 24:00, e che alle 13:00 non mangia nessuno.

Non è stato facile far coesistere e interagire individui con prassi, paradigmi e priorità così distanti, e di fatto non ci eravamo riproposte di “gestire”. Non a caso nei nostri precedenti documenti avevamo utilizzato l’espressione “laboratorio”, per il carattere davvero “sperimentale” di un’azione di questo tipo, e per la natura veramente “orizzontale” di un processo la cui estrema e radicale “apertura”, ha infine preso le forme e prodotto il “sentire” della lacerazione.

Il discorso sulle urgenze e le priorità, sui paradigmi e i piani poliedrici delle lotte, mi fa poi tornare in mente anche vecchi discorsi dei primi anni 2000, nell’ambito di realtà come il commercio equo e solidale, fatto allora soltanto di sparute e carissime botteghe tenute in piedi da volontari. Per dirla in due parole il tema era “il lusso del poter fare volontariato”, e la naturale esclusione dalle prassi delle lotte, di tutti quelli che non potevano permettersi, per ragioni economiche, di “regalare” il loro tempo. La lotta diveniva per questa via non una rivoluzione del paradigma economico di tutte le genti, ma la possibilità elitaria di chi disponeva, per abbondanza di risorse, della possibilità di investire in bottega, il suo capitale e il suo tempo.

Mi sembra che sia un po’ questa la differenza che sussiste oggi tra chi lotta per la modifica delle politiche migratorie, e chi lotta per salvare la sua stessa vita dagli effetti delle politiche migratorie.

Non a caso, il solo “comparire” in qualità di europeo di fronte ai migranti sub-sahariani in Tunisia, o alle madri dei dispersi tunisini, o alle diverse “sottocategorie” di persone direttamente colpite dalle politiche migratorie, innesca immediatamente l’insorgere di una incredibile aspettativa, così grande da poterla percepire chiaramente, quasi “invadente”, un qualcosa verso cui ti senti immediatamente “obbligato”, qualcosa per cui magari non ti spieghi, però ti accorgi, che chi hai di fronte ha la sincera convinzione che sei lì per fare qualcosa per lui/lei.

Una persona direttamente colpita e un solidale, in realtà non hanno mai lo stesso approccio alla lotta, e a volte, non combattono affatto la stessa lotta. Le politiche migratorie non compromettono i nostri progetti di vita, non impediscono la nostra “migrazione economica”. Non ci rendono ultimi e schiavi, non ci espongono a rapimenti, omicidi e torture; il nostro dolore sarà pure intenso, ma è di riflesso.

Noi col passaporto “rosso”, noi europei, noi dal nord del mondo, abbiamo assunto consapevolmente o no il ruolo dei “salvatori”. Da chi è in mare a soccorrere i naufraghi, a chi è in Unhcr e porta i ticket o “manda in Europa”, a chi è in OIM e aiuta a tornare a casa, o ti scampa da una deportazione. Salvatori, noi che salviamo, noi che li salviamo, da noi stessi. Noi europei che li salviamo dalle politiche europee, noi europei che non salviamo noi stessi, a casa nostra, dai deliri delle politiche europee.

È tutto deformato, tutto autoreferenziale e sterile, tutto scisso e disconnesso. L’unica possibilità perseguibile è ripartire dalle persone, da piccolissimi gruppi che si prendono lo spazio e il tempo di conoscersi e di comprendersi, di osservare e studiare, di superare insieme apriorismi e stereotipi, disposti a rinegoziare l’ordine delle priorità, lo schema delle modalità, l’ossessione della “pubblicità”.

Un gruppo capace di essere dialogico, di non procedere per interventi scollegati dentro pseudo discussioni dal sapore dadaista, in cui ci si lascia anche interrompere senza farne tragedia.

Su Zarzis andremo avanti piano, a poco a poco, sicuramente in pochi. Senza restare in silenzio di fronte a chi, eventualmente, preso nel vortice delle sue superficialità, incomprensioni e spicciole interpretazioni, venisse a dirci che non abbiamo a sufficienza organizzato e studiato, che non abbiamo opportunamente contemperato, che non abbiamo ecumenicamente “spopolato”!

Chi vorrà continuare ad esserci che lo faccia umilmente, che si “rimetta in paro” rispetto al già fatto e già detto, che ci dia un contributo anche critico, e se non costruttivo, almeno sinceramente collaborativo.

Quelli a cui invece il nostro progetto proprio non piace, riconoscano in buona pace che “in giro c’è ben di peggio” e che piuttosto che impegnarsi a distruggerlo, possono serenamente fare altro, qualcosa che sarà sicuramente meglio!

Testo su Osservatorio Repressione

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